Ci sono momenti in cui sono esausta.
Vivo le giornate come una macchina. Tutto è programmato nei minimi dettagli: dove va mio figlio mentre sono al lavoro, chi lo porta, chi lo recupera, che pazienti incontro al lavoro e cosa devo fare per loro, tutto possibilmente con il sorriso e con tanta empatia.
Da fuori sono quella sempre disponibile, che non dice mai di no, che si sente in colpa se deve spostare un appuntamento perché so bene cosa significa riorganizzare la giornata per un cambio di programma e non vorrei mai mettere in difficoltà le famiglie dei miei piccoli pazienti.
Sono anche quella che si é sentita in colpa quando è stata chiamata dall’ospedale per essere sottoposta ad un intervento (che ho rimandato per quasi 8 anni), perché questo prevedeva una lunga assenza lavorativa.
Il 15 giugno ho fatto l’intervento e ora mi ritrovo a casa convalescente. Non posso sollevare pesi, fare lavori di casa, guidare, occuparmi dei pasti, fare la spesa. Posso solo leggere, dormire, prendere il sole, guardare la TV, coccolare mio figlio e invece di vivere tutto come una “pacchia” (sorvolando sui dolori che ho), mi sento paralizzata, stanca ed esausta.
Guardando un telefilm che parla di medici, piango come una disperata davanti ad una scena abbastanza banale. Il mio cervello, maniaco del controllo, che cerca spiegazioni per tutto, inizia a mandarmi messaggi come: “Ma sei scema Francesca? Ti sembra una scena per la quale piangere così?”.
Ferma, ferma, proprio scema non sono. Forse ho bisogno di capire cosa significa quella scena per me, per poter comprendere la mia reazione apparentemente sproporzionata.
Passo in rassegna gli ultimi anni e si, sono cambiata. Non ho più il coraggio di una volta, quando davanti ad una situazione difficile ero la più lucida di tutti, pronta ad agire con la giusta dose di distacco e di empatia, senza eccedere per non “rompere gli argini” dell’autocontrollo.
Tutti i lutti che ho vissuto in questi anni mi hanno tanto cambiata.
Non so se mi piace questa nuova me, che non riesce a frenare le lacrime quando le persone condividono la perdita di una persona amata, ma ho deciso di non combattere questa mia fragilità, di accettarla senza giudizio. In fondo non sono un robot e sono caratterialmente predisposta ad entrare in empatia con gli altri.
Tenere tutto sotto controllo mi ha aiutata per tanto tempo a occupare la mente, a nutrirla di cose da organizzare, ma mettevo spesso a tacere la mia parte emotiva che poi esplodeva senza controllo.
Oggi, che la convalescenza post intervento mi obbliga a rallentare, le mie emozioni urlano nella mente e mi obbligano ad ascoltarle e la lentezza associata al brusio che ho nella mente, mi rendono esausta. È assurdo, concordo, ma è così.
Allora coccolo mio figlio Simone, leggo, studio, medito, dormo, guardo serie tv, prendo il sole e scrivo. Mettere nero su bianco quello che vivo, mi aiuta a fare ordine tra le mie emozioni e quello che ho capito in questo stop forzato è che mi illudevo di avere tutto sotto controllo perché ero sempre impegnata, ma la verità è che ho compresso la parte di me più importante, quella che è il motore di tutto il resto: le mie emozioni.
Vivere la morte dei propri cari ti lascia profonde cicatrici sul cuore e ignorandole, si viene a formare quella corazza di protezione, tra te e il mondo, che ti fa sentire al sicuro. Ma quando abbassi per un attimo la guardia e tutto viene a galla, vieni travolto. È proprio in quel momento che sei obbligato a fare chiarezza e, poco alla volta, rinasci, con una nuova consapevolezza di chi sei e qual è il tuo scopo.
Abbiamo un grande potere: trasformare la perdita in un momento di crescita personale, ma dobbiamo partire dal nostro sentire. Dobbiamo occuparci delle emozioni che ci sembrano ben chiare, così come di quelle confuse. Dobbiamo accettare quelle a noi più familiari e imparare a fare amicizia con quelle nuove. Solo così potremo familiarizzare con la nostra essenza più profonda e scegliere come vivere in modo coerente e rispettoso verso noi stessi.
Mi abbraccio e spengo la luce.
Domani si riparte con una nuova consapevolezza.

EsserCI per consolare





