Immaginate di entrare in una sala del Teatro Due di Parma. Non ci sono le solite poltrone di velluto rosso, né un sipario che divide chi recita da chi ascolta. Ci sono solo semplici sedie disposte a quadrato intorno ad un’area vuota, neutra, senza scenografia. È in questo spazio di estrema vicinanza che il confine tra finzione e realtà svanisce, lasciando il posto a una storia che pulsa di vita vera.
Oggi vi porto in quello spazio di teatro che è anche spazio di vita.
Vi porto oltre la soglia dei primi giorni di gennaio, in cui il nuovo anno non è più solo una promessa sul calendario, ma è già iniziato. Forse le luci delle feste si stanno abbassando, e proprio ora, nel silenzio che segue il chiasso dei brindisi, quel senso di vuoto per chi non è più accanto a noi si fa più nitido. Ma è proprio in questo “dopo”, quando la tentazione sarebbe quella di correre avanti e dimenticare, che io vorrei suggerirvi di fermarvi.
Vorrei che ci riconoscessimo la capacità di “restare interi”, di trovare quella luce che non si spegne nonostante il dolore e la fatica, quel lumicino che possiamo portare con noi in questo 2026 appena nato.
Il coraggio di chiamare le cose con il loro nome
In questo alternarsi di luci e ombre, ho incontrato una storia profonda: lo spettacolo “Ogni bellissima cosa” di Duncan Macmillan. L’attore Alberto Paradossi ci trascina dentro la vita di un bambino che si trova di fronte a una domanda che nessun figlio dovrebbe gestire da solo: “Cosa significa che la mamma è in ospedale perché ha fatto una sciocchezza?”.
Quella “sciocchezza” che lo spettacolo ci svela poco a poco, è la depressione. È quel desiderio oscuro di non esserci più. Ma come lo spieghiamo a un bambino? Spesso, nel mio lavoro come Death Educator, incontro genitori ed educatori che, per un istinto di protezione, scelgono di “nascondere le crepe”. Pensano che il silenzio sia uno scudo, ma i bambini sentono tutto: avvertono il peso della nostra malinconia anche quando non sanno darle un nome.
Se noi adulti non abbiamo il coraggio di guardare in faccia il dolore o la morte, come possiamo pretendere che loro imparino la capacità di abitare l’ombra senza smarrirsi? “Ogni bellissima cosa” ci mostra quali occasioni perdiamo nascondendo la verità ai nostri figli. Perdiamo l’opportunità di poterci confrontare su quello che sta succedendo davvero fuori e dentro di noi. Perdiamo l’opportunità di sostenere davvero i nostri bambini nell’affrontare i momenti bui che la vita ci propone, con il rischio enorme di lasciarli soli a camminare dentro le loro paure e anche dentro le nostre, che loro sentono chiaramente, ma delle quali non si sentono liberi di parlare apertamente.
Una bussola fatta di piccoli istanti
Il piccolo protagonista dello spettacolo, per salvare la madre (o forse per salvare se stesso), inizia a scrivere una lista. Una lista di tutto ciò per cui vale la pena vivere.
- Il gelato.
- Le battaglie con l’acqua.
- Le persone che inciampano.
Non è un esercizio di ottimismo forzato per negare il dolore, ma un modo per imparare a tenergli testa. È la dimostrazione che anche quando il buio si fa così denso, abbiamo bisogno di piccoli punti luminosi per non perdere l’orientamento. Quella lista, iniziata a sette anni, ricompare dopo vent’anni, cresciuta insieme all’uomo che quel bambino è diventato.
La vostra “Lista di Vetro”
Per questo 2026 che ha mosso i suoi primi passi, vi faccio una proposta concreta. Nonostante l’anno sia già iniziato, non è mai tardi per iniziare una pratica di bellezza. Creiamo insieme una “Lista di Vetro”: trasparente come la verità, fragile come noi, ma capace di riflettere ogni raggio di luce.
Prendete un quaderno nuovo o un semplice barattolo di vetro. Ogni sera, prima di dormire, scrivete una “piccola cosa bella” vissuta durante la giornata. Fatelo insieme ai vostri figli. Insegnate loro (e ricordate a voi stessi) che si può trovare bellezza nel rumore dei cubetti di ghiaccio in un bicchiere o nel modo in cui le persone si salutano in stazione.
Mostrate loro che le emozioni si possono “maneggiare”, che non ci rompiamo se ammettiamo di essere tristi e che la bellezza non è l’assenza di dolore, ma la nostra risposta ad esso.
Un augurio per il cammino
Il mio augurio per il vostro 2026 è che possiate essere come il protagonista di Macmillan: capaci di trasformare la fragilità in un inno alla vita. Insegnare la verità su ciò che proviamo oggi significa dare ai bambini la bussola per orientarsi nelle tempeste di domani.
Qual è la vostra “cosa bella” che ha illuminato questi primi giorni di gennaio? La mia è proprio questa: essere qui, in questo spazio condiviso, sapendo che la mia voce raggiunge la vostra storia e che stiamo camminando insieme.
Iniziamo questa lista. Scrivetemi, raccontatemi la vostra prima “cosa bella”. Costruiamo insieme questo microcosmo di consapevolezza.
Abbi cura di te.
Se questo articolo ti è stato utile e pensi possa dare sollievo a un altro genitore, a un insegnante o a un amico che sta attraversando un momento d’ombra, condividilo. A volte, basta un piccolo raggio di luce riflessa per ricordarci che non siamo soli nel nostro cammino. Se vuoi approfondire come la Death Education possa diventare uno strumento di vita per te e per i tuoi bambini, ti invito a scoprire nuovi contenuti sul mio sito www.francescabiavardi.it.
Portiamo insieme la verità e la bellezza nel nuovo anno.

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