“Ciao Fra! Come sto? Male… Mi fa piacere che almeno per te sia positivo…”
Queste parole di Leo (nome di fantasia) mi hanno colpita non per il tono, ma per ciò che non è stato detto. Per la rabbia sottile che affiora tra le righe. Una rabbia che spesso accompagna il lutto… ma che raramente viene accolta davvero.
La rabbia: l’emozione dimenticata nel lutto
La rabbia è un’emozione potente, difficile da gestire, spesso malvista. Eppure, nel percorso del lutto, è una tappa naturale. Una fase necessaria, come ci insegna Elisabeth Kübler-Ross nel suo famoso modello:
- Negazione
- Rabbia
- Contrattazione
- Depressione
- Accettazione
Non tutti le attraversano nello stesso modo, ma la rabbia è quella che più spesso viene giudicata, ignorata o temuta. E quindi… repressa e nascosta.
Ma la rabbia serve. È una voce che ci dice che qualcosa non torna, che qualcosa fa male. È la manifestazione di un dolore che ancora non riesce a trovare le parole per esprimersi.
La rabbia non è un errore da correggere, ma una reazione profondamente umana. Eppure è anche una delle emozioni meno comprese, soprattutto quando si parla di lutto. Siamo stati educati a pensare che chi soffre debba mostrarsi triste, fragile, vulnerabile. Ma cosa succede quando il dolore si trasforma in irritazione, fastidio, frustrazione?
Spesso chi prova rabbia si sente “sbagliato”. Perché intorno a lui trova solo risposte che invitano alla calma, alla pazienza, alla positività. Ma la rabbia è legittima. È la voce di ciò che è stato negato, strappato, interrotto. È il linguaggio con cui il corpo e la mente dicono: “Non era il momento. Non doveva finire così. Non è giusto”.
Cosa nasconde un “Tutto bene”?
Quante volte rispondiamo “bene” quando ci chiedono come stiamo, anche se dentro di noi c’è un buco nero? Lo facciamo per protezione, per non spaventare gli altri, per non sembrare “pesanti”. Ma ogni “bene” non autentico è un’opportunità persa di comunicare davvero.
Nel lutto, questa dinamica si accentua. Chi soffre spesso riceve poche domande vere e molte risposte frettolose. E così si ritira. Comincia a pensare che non ci sia spazio per il proprio dolore. E si adegua. Dice che va tutto bene, quando dentro è un campo di battaglia.
Dietro quel “tutto bene” può esserci la rabbia di non essere visti. La frustrazione di sentirsi soli, mentre il mondo continua come se nulla fosse.
La solitudine di chi soffre (e si sente sbagliato)
Il lutto non è solo la perdita di una persona cara. È anche la perdita di sé stessi, di ruoli, di abitudini, di certezze. Se eri figlia, ora non lo sei più nel modo in cui lo eri. Se eri compagna, madre, amica, collega… il tuo ruolo si svuota, cambia, si trasforma.
Questo stravolgimento identitario genera rabbia. Una rabbia che non ha un nemico preciso, ma che si rivolge al tempo, al destino, al silenzio degli altri. Si nutre della sensazione che nessuno capisca, che “gli altri siano già andati avanti”, mentre tu sei ancora ferma al giorno in cui tutto è cambiato.
Chi soffre si confronta spesso con l’idea (illusoria) che gli altri stiano meglio. Che siano più forti, più stabili, più capaci. E questa convinzione alimenta la distanza, crea isolamento. La rabbia allora diventa una reazione a questa invisibilità. È il modo in cui il dolore bussa alla porta, nella speranza che qualcuno lo ascolti.
Come dare spazio alla rabbia?
Uno dei passi più importanti nella Death Education è legittimare tutte le emozioni. Anche quelle scomode. Anche quelle che socialmente non si “dovrebbero” provare, come la rabbia, che viene percepita come socialmente non accettabile.
La rabbia ha bisogno di esistere. Non va zittita, ma ascoltata. Accolta. Incarnata.
Ecco alcuni modi per darle spazio in modo sano:
→ Con il corpo: camminata veloce e corsa possono aiutare a sciogliere la tensione.
→ Con la creatività: disegnare, dipingere, modellare. Anche se non sei un artista, l’atto in sé ha un potere liberatorio.
→ Con la scrittura: mettere nero su bianco ciò che provi può dare forma al caos interno. (Ti lascio una guida gratuita in fondo all’articolo).
→ Con la relazione: parlare con qualcuno che non giudica, che non cerca di “aggiustarti”, ma ti ascolta davvero.
La rabbia ha bisogno di contenitori sicuri. Altrimenti rischia di esplodere o, peggio ancora, di implodere.
⚠️ Rabbia repressa vs Rabbia agita
Rabbia repressa: rimane dentro. Si accumula. Si somatizza. Si manifesta in dolori fisici, insonnia, apatia, tensione cronica. Fa male, ma non si vede.
Rabbia agita: esplode all’improvviso. In parole dure, in atteggiamenti aggressivi. Può ferire noi stessi o gli altri.
Entrambe sono manifestazioni di un dolore che non ha trovato accoglienza. E entrambe hanno bisogno di essere ascoltate senza giudizio.
Le emozioni non vanno zittite
Educare non significa reprimere, ma dare senso. A volte non sappiamo nemmeno noi perché ci sentiamo così. Ma se impariamo a restare dentro l’emozione senza fuggire, emerge una consapevolezza nuova.
Il lavoro con bambini, genitori e insegnanti che propongo con la Death Education parte proprio da qui: creare uno spazio in cui ogni emozione possa esistere. Anche quelle più difficili.
E tu, come stai?
Sinceramente: come stai?
Non è una domanda di circostanza. È un invito. Un’apertura. Perché il lutto cambia la vita. E parlarne, anche quando è scomodo, è già un atto di Cura.
Come stai oggi? Cosa c’è dietro il tuo “va tutto bene”?
C’è rabbia, come nel caso di Leo? C’è tristezza, stanchezza, delusione? Qualunque cosa ci sia, ha diritto di esistere. E può essere accolta, trasformata, narrata.
💌 Ti va di raccontarmi la tua esperienza?
Hai vissuto un momento in cui ti sei sentito arrabbiato e non compreso durante un lutto?
Hai dovuto mascherare la tua sofferenza per paura del giudizio?
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🎧 Da ascoltare
🎙 Puntata 38 – Ricostruire l’identità dopo un lutto
📚 Da leggere
Il mio Albo Illustrato per parlare di morte con i bambini La Vita Oltre il Seme

Il dolore silenzioso del lutto bianco





