C’è un momento, nella vita di ognuno di noi, in cui ci troviamo a fare i conti con un vuoto che non sappiamo nominare. Non è la morte di chi amiamo. È qualcos’altro. Eppure fa male nello stesso modo, disorienta con la stessa violenza, ci lascia sospesi con la stessa domanda: e adesso, chi sono io?
Perdere il lavoro. Vedere finire una relazione. Salutare un’amicizia che si spegne senza un perché. Perdere la salute, anche solo per un tempo limitato. Rinunciare a un sogno che avevamo costruito con pazienza, dedizione, passione e con le notti insonni.
Sono tutte perdite e tutte, in modi diversi, ci chiedono di attraversare un lutto.
Quando perdere il lavoro significa perdere una mappa
Il primo pensiero, quando si perde un lavoro, va quasi sempre ai soldi. Alla sopravvivenza pratica. Ma se ci ascoltiamo più a fondo, scopriamo che il vero terremoto è altrove: è la sensazione di non sapere più come orientarci. Il lavoro spesso dice a noi stessi e al mondo chi siamo e dove stiamo andando. Quando quella coordinata scompare, restiamo senza mappa e dentro a quella mancanza di direzione, si apre lo stesso vuoto che si apre quando muore qualcuno che amiamo: rabbia, tristezza, paura, la sensazione di cadere senza rete.
Quando finisce un amore: il “non abbastanza” che ci raccontiamo
La fine di una relazione porta con sé una domanda che quasi tutti, prima o poi, ci siamo posti: “forse non ero abbastanza.” Non abbastanza chiara, non abbastanza presente, non abbastanza attenta ai bisogni dell’altro.
In quarantacinque anni ho imparato una cosa che vale la pena condividere: non è sempre colpa nostra se una relazione finisce. A volte l’altro, semplicemente, vive le cose con un coinvolgimento diverso dal nostro non perché sia sbagliato, ma perché guarda il mondo attraverso un filtro fatto del suo passato, delle sue ferite, dei suoi condizionamenti. Un punto di vista diverso non è un punto di vista scorretto.
E ho imparato anche questo: il mio valore non può dipendere da un riconoscimento che arriva (forse) da fuori. Devo amarmi comunque. Non è facile. Non è indolore. Ma un passo alla volta, è possibile.
Quando un amore che ci ha fatto mettere in discussione tutto finisce, non sappiamo più chi siamo. Ci sentiamo spezzati, confusi, incapaci di trovare un “perché”. È esattamente ciò che proviamo quando muore una persona a cui teniamo.
Quando un’amicizia sparisce senza spiegazioni
C’è una forma di abbandono particolarmente silenziosa: quella di un’amica cara che un giorno smette di rispondere, senza una parola, senza un motivo e non si è trasferita dall’altra parte del mondo. È semplicemente andata via dalla nostra vita, lasciandoci con un silenzio da riempire.
Quella persona era importante. Era presente, era un sostegno, in un momento di cambiamento difficile e quando è scomparsa, la cosa che ha fatto più male non è stata l’assenza in sé, ma il non capirne il senso. Lasciare andare qualcosa che rimane in sospeso è tra le cose più difficili che esistano: senza una spiegazione, tendiamo a dare la colpa a noi stessi per tutto.
Anche il trasferimento di un amico lontano riattiva, dentro di noi, gli stessi vissuti di perdita.
Quando il corpo ci ricorda quanto siamo fragili
Un incidente, una malattia, il semplice invecchiare: la perdita di salute ci mostra con chiarezza brutale la nostra fragilità. Questo vale anche se la condizione è temporanea. Possiamo essere le persone più attente al mondo (controlli regolari, sport, alimentazione sana) e comunque un esame del sangue, una caduta, una diagnosi possono ribaltare tutto.
La perdita di indipendenza, anche solo per un periodo, ci fa sentire un peso per chi si prende cura di noi. È una condizione che riempie di frustrazione. Accettarla, accettare il cambiamento, è il passaggio obbligato per tornare a vivere nonostante tutto. Ed è, in fondo, lo stesso lavoro di accettazione che facciamo quando dobbiamo imparare a vivere senza qualcuno che non c’è più.
Quando un sogno si infrange
Investiamo tempo, energie, notti di sonno sacrificate in un progetto. Poi lo vediamo sfumare e il fallimento del progetto diventa, a specchio, un fallimento nostro. La mente cerca ragioni che giustifichino l’insuccesso; il cuore sente solo la delusione.
Perdere un sogno significa perdere uno scopo di vita e, a volte, i nostri scopi di vita sono legati alle persone che non ci sono più, o erano loro stessi il nostro scopo di vita.
La morte di mia nipote Anna ha frantumato lo scopo di vita di tantissime persone che la amavano: era lo scopo di vita di sua madre e di suo padre, di suo fratello, del suo fidanzato. Credo fosse lo scopo di vita anche di tutti gli amici che, guardandola, vedevano il sole e avrebbero fatto qualunque cosa per vederlo brillare ancora.
Perdere un sogno o un obiettivo, anche materiale, significa fare i conti con la stessa sensazione di impotenza che sentiamo quando perdiamo una persona amata.
Tre domande per trovare la chiave
Non esiste una formula per uscire da queste emozioni che, a volte, ci paralizzano. Ma ci sono alcune domande che possono aiutarci a orientarci.
La prima riguarda il potere. Ho davvero potere di cambiamento su questa situazione, la perdita del lavoro, la fine di una relazione, la mia salute, il mio sogno? Se la risposta è no, il compito è respirare dentro quel no e accogliere l’impossibilità di cambiare le cose. Se la risposta è sì, il compito è valutare le vie d’uscita possibili, scegliere una, e agire con fiducia.
La seconda riguarda l’amore per noi stessi. Il mio valore dipende dall’affetto che gli altri mi dimostrano, o è indipendente da esso? Amarci non significa smettere di ascoltare gli altri o ignorare i loro suggerimenti. Significa darci il permesso di stare in armonia con i nostri valori, accogliere la nostra vulnerabilità, riconoscere i nostri talenti senza aspettare che sia qualcun altro a farlo per primo.
La terza riguarda il nostro rapporto con il fare. Quando perdiamo autonomia fisica, ci sentiamo inutili perché siamo abituati a fare, e ci sembra impossibile imparare a stare. Eppure prenderci ogni giorno uno spazio in cui semplicemente stare, smettere di fare, per un attimo è ciò che ci permette di riconoscere e apprezzare quello che viviamo. Di scegliere con maggiore consapevolezza. Di ascoltare quello che si muove dentro di noi.
Ti riconosci in una di queste perdite? Forse la stai vivendo proprio ora, o forse l’hai già attraversata senza avere le parole per chiamarla lutto.
Te lo chiedo davvero: quale di queste perdite hai vissuto o stai vivendo? Qual è la tua chiave per uscire dal blocco? Quanto ti ami, oggi?
Raccontamelo scrivendo a francesca@francescabiavardi.it, oppure raccontamelo su Instagram e Facebook, dove mi trovi come francesca.biavardi.
Sarò molto felice di leggerti.
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